Corsi Haṭha Yoga 2021 a FISIO LOGIK con Silvia Zanichelli
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25 settembre 2020

Vediamo insieme agli Specialisti della Mano di FISIO LOGIK come si possa affrontare il dolore da rizoartrosi.

Il Medico Ortopedico specialista in Chirurgia della mano e Microchirurgia Dott.ssa Russomando;

Il Fisioterapista Dott. Luisi Riccardo.

 

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Cos’è la Rizoartrosi?

Artrosi al pollice

Dott.ssa Russomando A.: La rizo-artrosi è l’artrosi che coinvolge l’articolazione trapezio metacarpale, situata alla base del pollice, molto più frequente nel sesso femminile.

I primi sintomi dolorosi possono manifestarsi già dopo i 40 anni. Vanno da fasi di dolore intermittente, associato a progressiva perdita di forza nella presa del pollice, dalla riduzione dell’arco di movimento al progressivo manifestarsi della deformità del profilo dell’articolazione fino al quadro più marcato del pollice a zeta.

E’ una patologia degenerativa progressiva di origine multifattoriale.

Sicuramente la familiarità e anche la tipologia di attività lavorativa svolgono un ruolo importante, soprattutto per quelle attività lavorative ripetitive e usuranti che sollecitano le piccole articolazioni.

Ma anche fattori ormonali sembrano giocare un ruolo importante, in particolare i cambiamenti legati alla menopausa. Si è visto che questi determinano una maggiore sensibilità delle strutture legamentose ad una sostanza presente nell’organismo, nota come relaxina. Una delle ipotesi possibili è che l’aumento della lassità legamentosa, che col tempo si manifesta con la classica sublussazione e la deformità dell’articolazione trapezio metacarpale, determini l’usura delle componenti della cartilagine articolare, da cui poi dolore e rigidità.

 

 rizoartrosi laser

 

 

Ma è vero che non c’è rimedio al dolore se non l’intervento?

Rizoartrosi mano: trattamento non chirurgico

Dott. Luisi R.: Come tutte le patologie degenerative su base artrosica, questa ha un andamento progressivo.

Ci sono inizialmente rimedi terapeutici non invasivi che possono controllare il dolore alla sua insorgenza, prevenire recidive frequenti e migliorare la qualità di vita:

  • nelle fasi iniziali l’uso del tutore notturno che mette a riposo il pollice, utilizzato con costanza e continuità, riduce notevolmente gli episodi dolorosi.
  • a questo si può associare l’uso di farmaci antiinfiammatori sia locali (cerotti, creme …), che per bocca;
  • e Fisioterapia come Terapie fisiche Strumentali come Laser, Tecar, Ultrasuoni, Paraffina terapia, Onde d’urto, SIT, Magneto terapia a campi magnetici pulsati.
  • e Terapia manuale comprendente tecniche di distensione muscolo-articolari che esercizi terapeutici;
  • e Bendaggi specifici.

Il lavoro in Team tra gli Specialisti della Mano, è fondamentale per una completezza del percorso di cura.

 

 

Come si fa la diagnosi?

Dottoressa Russomando A.: La diagnosi è in genere molto semplice. L’esame clinico e la localizzazione del dolore sono caratteristici, è difficile confonderli con altri dolori al pollice nelle regioni adiacenti, dovuti per esempio al pollice a scatto o alla tendinite di De Quervain.

L’esame clinico va completato da una semplice radiografia del polso con proiezione per l’articolazione trapezio metacarpale, che non solo conferma la presenza dell’artrosi ma ci consente di stadiarla (classificarla).

 

 

Quando rivolgersi al chirurgo della Mano?

Dott. Luisi R.: Quando il dolore diviene più frequente e queste terapie non sono più efficaci, può essere utile ricorrere a cicli infiltrativi con acido Hyaluronico, oppure nelle fasi più avanzate di cortico-steroidi, che possono essere ripetuti più volte dal Medico Specialista sulla Mano. Bisogna ricordare che queste sono terapie palliative che possono dare periodi di benessere seppur transitori. Comunque quando il dolore è divenuto persistente e invalidante e perdura da almeno 6 mesi.

Allora si potrà prendere in considerazione un trattamento più invasivo: la Chirurgia.

 

 

chirurgia della mano

 

 

Chirurgia della Mano

Dott.ssa Russomando A.: Il trattamento chirurgico chiaramente non è uniforme. Dipende da:

  1. il sesso;
  2. l’età;
  3. l’attività lavorativa;
  4. dallo stadio dell’artrosi, a seconda che sia interessata soltanto l’articolazione trapezio metacarpale negli stadi iniziali oppure coinvolga anche articolazioni vicine (come la STT: articolazione scafoide-trapezio-trapezoidale).

 

Quali sono le tecniche chirurgiche oggi?

Dott.ssa Russomando A.: Come suddetto lo stadio radiografico è molto importante per decidere la strategia chirurgica.

Negli stadi più inziali (Stadio 1 e 2) sono state suggerite diverse opzioni:

  • una resezione parziale del trapezio con l’interposizione di spaziatori: sono stati ideati presidi costituiti da materiali diversi (silicone, daflon, acido polilattico).
  • Altra possibilità e l’interposizione di dischi in pirocarbonio, un materiale che ha un’elasticità molto simile a quella dell’osso ed è più inerte rispetto a quelli sopra elencati, e che quindi evita le reazioni infiammatorie da corpo estraneo.
  • Negli ultimi anni hanno trovato sempre più spazio negli stadi inziali le tecniche mini invasive, come l’artroscopia dell’articolazione trapezio metacarpale che consente di asportare il tessuto infiammatorio.
  • Recentemente sono sati pubblicati diversi lavori sull’ iniezione di cellule adipose ricche di cellule staminali, prelevate dall’addome e filtrate con ottimi risultati clinici e duraturi nel tempo e che non pregiudicano la possibilità di eseguire tecniche chirurgiche più invasive, se il progredire dell’ artrosi e del dolore lo richiede. L’associazione della sinoviectomia artroscopica associata all’iniezione di cellule staminali è una tecnica poco invasiva che consente di dare buoni risultati utilizzando tessuti e biologici e non sostanze sintetiche.

 

Per le fasi più avanzate (stadi 3 e 4) invece le tecniche utilizzate sono differenti e più invasive:

  • Nei soggetti di sesso maschile ancora in età lavorativa, che svolgono un attività manuale pesante, l’intervento ancora più indicato rimane l’artrodesi della TM, cioè la fusione del trapezio con la base del primo metacarpo, dopo aver asportato le superfici cartilaginee degenerate, che possono essere stabilizzate con vari mezzi metallici (fili di Kirschner, cambre metalliche, placca e viti).
    Tale intervento riduce l’arco di movimento del pollice, mantenendolo comunque in range funzionali, ma preserva la forza. Tuttavia come tutte le artrodesi con gli anni può portare all’artrosi delle articolazioni adiacenti ed è un intervento contro-indicato se quest’ultima è già pre-esistente.
  • Negli anni sono stati messi a punto svariati modelli di protesi articolari, ma i risultati non sempre sono stati brillanti, con bassa durata dell’ impianto e complicanze (rigidità, mobilizzazione, dolore cronico…).
  • Ad oggi comunque l’intervento meglio conosciuto con risultati soddisfacenti e duraturi, è la trapeziectomia associata ad artroplastica in sospensione. Questo intervento è particolarmente indicato, nei soggetti femminili che non svolgono attività pesante.

 

Quale intervento lei utilizza di più?

Dott.ssa Russomando A.: L’intervento che spesso adotto e nel quale ho accumulato una certa esperienza, è l’ultimo elencato; consiste in una piccola incisione sul dorso del primo raggio di circa 1,5 cm, nell’asportazione del trapezio. Si procede poi sempre attraverso lo stesso piccolo taglio al prelievo di una bandelletta del tendine dell’abduttore lungo del pollice (AbLP) che viene ancorato mediante più passaggi circolari al flessore radiale del carpo (FRC) creando una sospensione. In tal modo lo spazio vuoto lasciato dall’asportazione del trapezio viene mantenuto aperto dalla sospensione che impedisce il collasso del primo metacarpo (fig 2 ); col tempo lo spazio viene riempito da tessuto fibroso, che andrà a creare una neo-articolazione non dolente che manterrà la sua mobilità ed una discreta forza.

L’intervento si esegue in anestesia di plesso brachiale (tramite iniezione al collo o ascella); richiede una notte di ricovero.

 

riabilitazione mano

 

 

Com’è il recupero dopo l’intervento?

Riabilitazione della mano post intervento

Dott. Luisi R.: Dopo la chirurgia il paziente rimane immobilizzato con un tutore per circa 3 settimane (meglio se costruito su misura). L’articolazione interfalangea del pollice rimane libera in modo che il paziente rimanga autonomo nelle sue mansioni quotidiane (mangiare, vestirsi, pettinarsi, allacciare bottoni e scarpe etc..).

Dopo tre settimane inizia la Fisioterapia con:

caute mobilizzazioni attive e passive,

trattamento dell’edema,

esercizi domiciliari,

il progressivo svezzamento dal tutore, (entro 6 settimane dall’ intervento il paziente rimane totalmente libero) riprendendo gradualmente nelle settimane successive tutte le attività.

 

Chiaramente come tutti gli interventi è richiesto un periodo di convalescenza ed un certo impegno nella Rieducazione.

Pertanto è sempre di fondamentale importanza, prima di ricorrere alla chirurgia, un dialogo chiaro ed esplicativo fra chirurgo-fisioterapista e paziente, oltre ad una buona motivazione e collaborazione da parte di quest’ultimo al successivo percorso post-operatorio.

 

 

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